Museo d'Arte Cinese ed Etnografico  ●  Missionari Saveriani  - V.le S. Martino, 8  -  43123 Parma  ●  0521-257.337

Missione: un nobile museo missionario

Il mondo come orizzonte senza barriere e confini
P. Emilio Iurman

 

Guido M. Conforti in Cina sulla dresina - 1928
Guido M. Conforti in Cina - 1928

L'occasione di un radicale intervento sulla struttura del museo offre l'opportunità di ripensarne significato e percorso storico.

Una significativa percentuale di musei, quanto alla costituzione del proprio patrimonio, beneficia di tre tipologie variamente presenti nelle sue raccolte:

  • deve qualcosa alle ruberie (o comunque le si voglia definire) attuate da eserciti, avventurieri o governi occupanti;
  • è frutto di mercanti o mecenati in grado di girare il mondo per raccogliere opere con cui abbellire dimore principesche, pinacoteche e quant'altro;
  • è nata da lasciti di mecenati o dalla passione di antropologi e missionari il cui intento per la raccolta poteva essere culturale o semplicemente, diciamo così, folkloristico.

 

Nel caso del Conforti, il proposito di dar vita a un museo non aveva nulla a che fare con la voglia di mettere mani rapaci su oggetti d'arte. Neppure disponeva di patrimoni da investire in arte, di qualsivoglia provenienza. Aveva la passione, questa sì, ma attenzione, questa non era snobistica o fine a se stessa, né si alimentava della voglia di esibire alla curiosità dei visitatori oggetti variamente esotici.

Nel suo intento, gli oggetti raccolti dovevano raccontare l'emozionante epopea dei suoi missionari in terre lontane e sconosciute e il loro impegno e dovere di conoscere le culture e civiltà che avvicinavano.

Il suo contributo più grande per il successo dell'impresa è dovuto al fatto che ha saputo convincere tutti i suoi missionari del valore culturale della sua idea e coinvolgere pressoché tutti coloro che lavoravano in Cina. Le loro lettere ed articoli, nonché la quantità di materiale che riuscirono a raccogliere in tempi relativamente brevi, suscitano meraviglia ancor oggi. Hanno imparato benissimo la lezione e approfittato di ogni favorevole occasione per pensare al museo.

Quanto detto finora ci permette di arrivare a una prima, sicura, constatazione. Tanto per il Conforti come per i missionari, il museo rappresentava, per così dire, uno stimolo al dovere di accostarsi alle culture con cui venivano in contatto e un'opportunità per riversare in Italia un pari interesse per terre lontane e sconosciute. La cosa risulta evidente dai simultanei contenuti del periodico, "Fede e civiltà", che davano spessore culturale a tutta l'operazione museo. Il quale, per parte sua, finiva per essere una specie di terminale visuale di un flusso di conoscenze che arrivavano dall'Oriente.

Un museo, dunque, era in qualche modo luogo di scambio culturale, sia pure con una chiarezza meno consapevole di quella che noi possiamo avere oggi. Aggiungo, data la qualità del materiale raccolto, che siamo in presenza di un museo che sfida un vecchio pregiudizio duro a morire: un museo missionario deve essere per definizione un campionario di esotismo e folklore. No, questo è un museo in un'accezione nobile, cioè senza presupposti complessi di inferiorità che nascano dal suo essere missionario.

 

Primo numero della rivista Fede e Civiltà (dicembre 1903)
Primo numero della rivista "Fede e Civiltà"
(dicembre 1903)

Museo di un istituto missionario

Alla caratteristica appena discussa sopra, di essere un museo che ospita testimonianze di culture diverse e, fatalmente, un caleidoscopio di suggestioni multicolori, va aggiunto un altro importante tassello.

Il museo, seppure concepito per intuizione di un singolo, ha trovato un terreno di gestazione e poi di accompagnamento nella crescita, in un intero organismo, vale a dire l'istituto saveriano nel suo complesso.

Un istituto missionario, come si sa, nasce dal mandato di Cristo: "Andate in tutto il mondo... proclamate a tutti il mio Vangelo...". L'aspetto, a prima vista precipuamente religioso del mandato di Cristo, tuttavia si fonde e ramifica in un impegno umano e culturale con naturalezza e senza bisogno di forzature. Universalità e mondialità sono insite nel dna di un istituto missionario.

Conforti lo esprimeva con uno slogan assai semplice, seppur datato nella sua formulazione: "Fare del mondo una sola famiglia". Il mondo come orizzonte senza barriere e confini.

Da questo punto di vista, se il museo è, come ovvio, vetrina del genio dei popoli i cui oggetti appaiono in esposizione, è anche frutto del genio dei saveriani, che hanno creduto nel suo valore di promozione culturale. Un'utopia che l'istituto ha promosso anche con la fondazione, fin dal 1942, di un movimento di impegno nella scuola italiana che prese inizialmente il nome di CEM (Centro Educazione Missionaria), divenuto poi Centro Educazione alla Mondialità.

La storia dei saveriani e la storia del museo si intrecciano, si forniscono a vicenda, ragioni e appigli per coglierne tanto l'impegno precipuamente religioso evangelico del primo, come quello culturale che i manufatti così elegantemente mettono in luce nel secondo.

Tutto questo, cioè la contemporanea Fondazione di un Istituto Missionario e la Fondazione di un Museo, costituiscono quello che Mons. Conforti percepiva come un audace progetto (clicca per il video).