Museo d'Arte Cinese ed Etnografico  ●  Missionari Saveriani  - V.le S. Martino, 8  -  43123 Parma  ●  0521-257.337

Pittura di Arhat di Min Zhen

 

Arhat di Min Zhen
Arhat di Min Zhen

A detta del Prof. Luo Shiping, il miglior dipinto in possesso del Museo è questa “pittura ad inchiostro di Arhat”, che si trova in Museo da più di cento anni. In basso a sinistra, in inchiostro, compare il nome del pittore: Min Zhen e, sotto la firma, il sigillo quadrato con la dicitura “sigillo di Min Zhen”. Acquistato da Manini p. Odoardo nello Shanxi nel 1901.

Il dipinto (inchiostro su seta, 208 x 96.5 cm) raffigura due monaci buddisti: un maestro e un suo discepolo. In primo piano, con barba e capelli folti, un vecchio maestro tiene nella mano destra la ciotola della questua e in quella sinistra il cintamani o gioiello prezioso della legge. Dietro di lui, un giovane monaco regge un vincastro. Entrambi alzano la testa verso l’alto con un’espressione gioiosa sul volto. Nella parte superiore del quadro, sulla destra, è riprodotto un dragone tra le nuvole.

Min Zhen è vissuto per lungo tempo tra la gente della Cina orientale, si dilettava quindi a dipingere personaggi fantastici tramandati nelle leggende popolari. La tematica di questo dipinto deriva da storie di Arhat. Arhat (in cinese Luohan) è un santo buddista che ha raggiunto la liberazione dal ciclo delle rinascite attraverso la vita monastica, vissuta in accordo con gli insegnamenti del Buddha. Nei monasteri buddisti si trovano rappresentazioni di ben 500 Arhat, anche se molti elenchi ne riportano solo 16 o 18. Ognuno di essi è rappresentato con caratteristiche uniche, sulla scorta della descrizione canonica che ne è stata fatta dal primo Concilio Buddista cui, secondo le cronache presero parte appunto 500 Arhat.

Gli Arhat si distinguono dai Bodhisattva. Questi ultimi vengono generalmente raffigurati come giovani uomini (o donne) di bell’aspetto, seduti su fior di loto e adorni di preziosi ornamenti. Gli Arhat, al contrario, sono uomini anziani, calvi e con grandi ciglia, vestiti in consunte tuniche monastiche, appoggiati al loro nodoso bastone. Non delicati fiori di loto su cui sedersi, per loro, ma solide rocce o le onde di mari e fiumi. Raffigurazioni di un ideale soprannaturale e fuori dal tempo i primi; temprati dal tempo, dalla penitenza e dalle avversità della vita, i secondi.

 

Arhat di Min Zhen Particolare del volto dei monaci
Arhat di Min Zhen - Part.

Min Zhen (1730-?) alias Zhen Zhai, l’eremita di Liao Tang, era originario di Nanchang (Jiangxi), vissuto a Wuhan (Hubei). Uno dei rappresentanti della scuola pittorica di Yangzhou, è celebre per le sue raffigurazioni ad inchiostro in stile xieyi (impressionistico libero) di figure umane, paesaggi e “fiori ed uccelli”. Il tratto del suo pennello è vigoroso; nel dipingere personaggi si avvale anche della pennellata impiegata nello stile corsivo (cao shu) della calligrafia, caratterizzato da pennellate grezze e repentine. Gli abiti vengono abbozzati a piacimento, in modo veloce e scorrevole, mentre si attarda, con pennello più diluito, nei tratti del viso, delle mani e dei piedi.

Le pitture di personaggio attribuite a Min Zhen che si sono conservate fino ad oggi non sono molte. In Cina solo musei importanti - quali il Museo della Città Proibita e il Museo dell’Accademia Centrale di Arte a Pechino - conservano alcune sue opere di questo genere. Tra di esse quelle che maggiormente mettono in evidenza lo stile pittorico dell’autore sono: “Li Bai ubriaco”, una rappresentazione del famoso poeta della dinastia Tang; “Bambini che giocano”, ovvero uno spaccato sugli usi e costumi popolari; e una descrizione tratta da “Ricordi del padiglione delle gru”, un’opera letteraria della dinastia Song.

L’opera conservata nel Museo d’Arte Cinese ed Etnografico di Parma, “Pittura ad inchiostro di un Arhat”, può essere considerata un’ulteriore preziosa testimonianza che contribuisce ad una maggiore comprensione della posizione occupata da questo maestro nella storia della pittura Cinese. Si tratta, dunque, di un’opera molto importante, una delle poche di questo artista che si siano conservate fino ad oggi.

Sebbene il dipinto sia entrato nella collezione del museo nel 1902, solamente nel 1965 l’allora direttore del museo, Giuseppe Toscano, ne pubblicò una foto in bianco e nero nel Catalogo che introduce tutte le opere conservate nel Museo stesso. Tuttavia, poiché questo testo è stato pubblicato in Italiano, pochissime persone all’estero sono venute a conoscenza di questo dipinto. Oggi, dopo aver condotto un verifica sull’autenticità del quadro, nonché dell’autografo e del sigillo dell’autore, questa preziosa opera di Min Zhen, rimasta sepolta per un secolo, è stata riscoperta e riconosciuta.

Tempo e incuria lo avevano molto compromesso. Per non perderlo completamente si rendeva urgente il restauro. Così, nel Settembre, 2005, insieme con altri due dipinti, è partito per Pechino, per essere restaurato dal Prof. Feng Peng Sheng. Il restauro è stato possibile grazie ad un generoso contributo della Viva Hotels di Firenze, nell’ambito del programma “Art in our heart”, promosso dalla Fondazione Paolo Del Bianco di Firenze.